L’11 giugno 1995 gli italiani furono chiamati a votare per dodici referendum. Tre riguardavano la televisione commerciale, uno di questi mirava a ridurre la pubblicità durante i film, limitandola all’intervallo fra il primo e il secondo tempo. Il responso delle urne fu clamoroso. Gli elettori interpretarono il referendum come una questione di libertà e bocciarono a larga maggioranza i quesiti, difendendo la televisione che avevano contro le vaghe promesse circa quella che avrebbero potuto avere, e rivendicando il proprio diritto a scegliere quali e quanti canali guardare. Alberto Mingardi ricostruisce il dibattito di quei mesi sui pericoli della concentrazione del potere mediatico e sui timori relativi all’impatto culturale di questo medium e alla sua capacità di condizionamento dell’opinione pubblica. La crisi del vecchio sistema politico, infatti, fu anche quella del suo apparato mediatico: l’unica rivoluzione liberale che c’è stata in Italia è stata proprio la tv privata, emersa nonostante l’ostilità della politica e il peso del monopolio pubblico. In questo libro viene quindi raccontata la storia della tv privata in Italia a cavallo tra la fine della Prima Repubblica e l’inizio della Seconda, con l’avvento di Mediaset e di Berlusconi sulla scena politica. Ma dietro questa storia, ciò che Mingardi mette in mostra è la potenza di una teoria della libertà coerente in opposizione aperta alla regolamentazione dello Stato. Una tale teoria non può che portare, come viene dimostrato, alla prosperità.

